suicidio

“E’ tempo che il Parlamento e Governo si occupino insieme del contrasto al fenomeno del ‘Blue Whale’, non solo in un’ottica repressiva, ma soprattutto con l’intento di prevenire fenomeni cosi’ pericolosi e tutelare i minori, soprattutto quelli piu’ fragili. Alcuni strumenti di contrasto gia’ esistono, come la legge contro il cyberbullismo approvata dal Pd in Parlamento, per la tutela dei piu’ giovani attraverso le scuole con personale educativo delegato. Ora dobbiamo investire sempre piu’ fondi e risorse per il contrasto del Blue Whale prima che sia troppo tardi. Per questo ho scelto di interrogare la Ministra Lorenzin e la Ministra Fedeli e intendo sensibilizzare anche la Presidenza del Consiglio, perche’ non e’ accettabile che i nostri giovani vengano esposti a questi tipi di rischio senza un intervento serio dello Stato. Per contrastare fino in fondo questi fenomeni, bisogna lavorare assieme: istituzioni, politica, scuola, genitori, editori del mondo dei social e del web”. Lo dichiara la deputata del Pd, Daniela Sbrollini, vicepresidente della XII Commissione Affari Sociali e Sanita’ di Montecitorio, che mercoledi’ 21 Giugno alle ore 14.30, presso la sala stampa della Camera dei deputati, interverra’ con la giornalista e direttrice dell’associazione ‘I Woman’, Sara Manfuso, per parlare del fenomeno ‘Blue Whale’, un gioco interattivo inventato in Russia che si puo’ scaricare su cellulari e tablet, che ha come target i ragazzi di eta’ compresa fra i 14 e i 19 anni e che consiste nell’affrontare 50 prove estreme in 50 giorni, sfide che arrivano a spingere i ragazzi a lanciarsi da un ponte o da un palazzo. Una psicosi collettiva che in sostanza mira all’invito al suicidio e per cui si sono verificati piu’ di 150 suicidi e che e’ gia’ al vaglio di polizia, magistratura e delle famiglie. In conferenza stampa la deputata Sbrollini illustrera’ il contenuto delle interrogazioni presentate ai Ministri della Salute, Beatrice Lorenzin e dell’Istruzione, Valeria Fedeli e verra’ presentata la lettera che sara’ inviata alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, al fine di sensibilizzare tutte le Istituzioni su questo fenomeno cosi’ pericoloso per i nostri ragazzi.

Ancora un suicidio in un carcere. E’ accaduto, la notte scorsa, nella casa circondariale di Caltanissetta. E’ il quarto detenuto che si uccide in pochi giorni, dopo le morti registrate nei tre penitenziari di Napoli Poggioreale, Bologna e Regina Coeli, a Roma. A togliersi la vita, impiccandosi, uno straniero di 30 anni, di nazionalita’ egiziana. Lo rende noto il Sappe, Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, che torna a denunciare la crescente tensione nelle carceri italiane. “L’uomo si e’ impiccato nella cella stanotte – spiega Lillo Navarra, segretario nazionale per la Sicilia del Sappe -. Era arrivato a Caltanissetta dal carcere di San Cataldo, dove si era reso protagonista di piu’ eventi che avevano turbato l’ordine e la sicurezza interna. Proprio ieri gli era stata negata l’estradizione al suo Paese, ma non e’ accertato che questo possa avere attinenza con il grave gesto di cui si e’ reso responsabile. Sappiamo che ha lasciato un messaggio, ma e’ massimo il riserbo sui contenuti”. “Quattro detenuti suicidi in una settimana – aggiunge Donato Capece, segretario generale del Sappe – sono il segno tangibile di come i problemi sociali e umani permangono nelle carceri del Paese, nonostante l’attenzione e la vigilanza del personale di Polizia Penitenziaria, spesso lasciato solo a gestire queste situazioni di emergenza”. Il Sappe torna a evidenziare che il 31 gennaio scorso erano detenute in Italia 55.381 persone, tremila in piu’ dello stesso giorno del 2016 (52.475). Dei presenti, il 34% (18.825) sono stranieri. “Da quando sono stati introdotti nelle carceri vigilanza dinamica e regime penitenziario aperto sono decuplicati gli eventi critici in carcere”, sottolinea Capece -. Nel 2016 ci sono stati 39 suicidi di detenuti, 1.011 tentati suicidi, 8.586 atti di autolesionismo, 6.552 colluttazioni e 949 ferimenti”.

“Il suicidio avvenuto nel carcere di Regina Coeli del 22enne evaso da una Rems deve fare riflettere sulla necessità di voltare decisamente pagina rispetto al binomio ‘pena-misura di sicurezza’ e all’inafferrabile criterio della ‘pericolosità sociale’. Si muore in carcere, perché si “evade” da una misura di sicurezza che non dovrebbe esistere. La battaglia, sacrosanta, contro gli Opg che dopo la loro chiusura ha spostato l’attenzione su quanto avviene delle Rems, deve ora lasciare il posto a un più deciso intervento di riforma, che abroghi le misure di sicurezza. Sono queste infatti lo strumento attraverso il quale il malato psichiatrico continua a essere oggetto di segregazione ed esclusione sociale. La sfida, che come Radicali Italiani lanciamo alla politica italiana, è quella di restituire pienamente la psichiatria al suo ruolo di cura, spezzando ogni legame che la renda strumento delle paure o delle tentazioni “autoritarie” dello Stato”. Lo comunica, in una nota, Michele Capano, tesoriere di Radicali Italiani.