D’Alema

Renzi dovrebbe convocare subito il congresso del Pd e il partito dovrebbe lavorare ad una “lista di centrosinistra” per le prossime elezioni. Lo ha detto Massimo D’Alema, parlando all’iniziativa ‘Consenso per un nuovo centrosinistra’.
D’Alema ha spiegato che “questa non è una riunione per festeggiare la vittoria del no, è una riunione di lavoro: il dibattito tra sì e no è finito, concluso da circa 20 milioni di italiani, non c’è possibilità di replica”. Ed ha aggiunto: “Vogliamo dare vita a un movimento di cui potranno fare parte anche tantissimi cittadini che hanno votato sì, vogliamo creare confronto, dibattito, raccogliere adesioni, non avremo un tesseramento altrimenti ci direbbero subito che vogliamo fare un partito”.

 

Non ci saranno scissioni nel Pd con la vittoria del no al referendum, ma il partito “sara’ di nuovo contendibile”. E in quel caso “dovremo arrivarci con una forza organizzata, non in ordine sparso come le attuali minoranze”. È il monito di Massimo D’Alema, impegnato a Bologna per un’iniziativa in favore del no al referendum del prossimo 4 dicembre. D’Alema precisa pero’ di non avere intenzione di tornare ad assumere ruoli dirigenziali. Dopo il referendum “tornero’ ai miei studi – assicura – non ho una poltrona da difendere, l’ho gia’ lasciata, e non aspiro ad altre poltrone. Ma nessuno potra’ impedirmi di partecipare alla lotta politica”. E in questo senso, “sono contento di aver raccolto un grido di dolore” nel partito attraverso la mobilitazione per il no al referendum.

“Non ho mai detto che il Governo se ne deve andare. E’ stato il presidente del Consiglio a porre questo problema”. Lo ha detto Massimo D’Alema a margine di una manifestazione per il No all’ObiAll a Firenze. Renzi “ha detto che aveva sbagliato”, poi il tema “lo ha riproposto, poi ha detto di nuovo che aveva sbagliato ma e’ tutta una confusione che sta facendo lui da solo, con se stesso”, ha continuato l’ex premier. “Per quanto mi riguarda io non vado a votare sul Governo. Credo che sia necessario respingere una riforma sbagliata, tutto qui”, ha aggiunto D’Alema, ricordando che le sue critiche al governo sono verso “una politica che non riesce a far decollare il Paese”.

Non se ne puo’ piu’ delle geremiadi della minoranza del Partito Democratico. Fastidiose anche per chi non fa parte di quel partito. Una lagna. Non hanno ancora digerito la vittoria di Renzi, non riescono a spiegarsi come abbia potuto, un giovincello, scippargli legittimamente la poltrona. Si saranno distratti un attimo? Non credo. Matteo Renzi ha solo spalancato la finestra e fatto entrare aria fresca nelle stanze umide e perdenti del Nazareno ( sede nazionale del partito a Roma). Ed eccoli li’ a lamentarsi, i D’Alema, i Gotor, i Bersani, i Speranza, i Rosy Bindi e D’Attorre di turno. Utilizzano il NO al referendum per mandarlo a casa: della eventuale riforma non gliene importa un fico secco. E’ la loro occasione per prendersi una rivincita. L’unica che gli rimane. Il quesito referendario come un regolamento di conti interno. Muoia Sansone e tutti i renziani. Ma perche’ non prova – questa minoranza del Pd – a diventare maggioranza attraverso le regole previste dallo Statuto? Perche’ sanno di non avere piu’ chance: hanno fatto il loro tempo. Ma loro, imperterriti, minacciano una scissione, piangono, gridano alla dittatura! Qualcuno ricordi loro che il sacrosanto diritto di esistere di una minoranza non puo’ prevalere su quello, della maggioranza, di decidere. Non gli sta bene? Quella e’ la porta

“Per riformare l’Italia, Renzi dovrebbe dimettersi”. E’ il titolo di una analisi, firmata dallo storico argentino Pierpaolo Barbieri e pubblicata dal Wall Street Journal nella pagina delle ‘Opinioni’, in cui l’autore, enunciando un paradosso, afferma: “Vinca o perda il referendum di dicembre, il primo ministro dovrebbe ricordare agli elettori che vale la pena tenerlo”. Barbieri, direttore esecutivo di Greenmantle, societa’ di consulenza e analisi macroeconomica e geopolitica, e consulente presso l’Institute for New Economic Thinking ed il Berggruen Institute of Governance, parte dall’appello di Obama affinche’ il premier resti in carica indipendentemente dal risultato del 4 dicembre affermando che al contrario “dovrebbe dimettersi in ogni caso”. Dopo aver illustrato il contenuto della proposta di referendum costituzionale, Barbieri osserva che “gli oppositori sono molti” e tra questi elenca Mario Monti, Beppe Grillo e Massimo D’Alema che pero’ “non sono uniti da una avversione per la proposta messa al voto ma piuttosto da una profonda antipatia per Renzi”. “Nessun dubbio che ci voglia del tempo per apprezzare il giovane ed esuberante riformista. Ma le riforme del lavoro, dell’economia e del sistema giudiziario che il suo governo ha approvato dal suo arrivo al potere sono la cosa piu’ vicina ad una profonda riforma strutturale cui l’Italia sia mai arrivata da decenni. Qualcosa che ricorda la ‘agenda 2010’ che nel 2004 ha trasformato la Germania da ‘malato d’Europa’ alla potenza economica che e’ oggi” scrive Barbieri sul Wsj. Osservando che “il pasticcio fatto dal M5S con la giunta a Roma serve a ricordare che quello di governare non e’ un lavoro per dilettanti”. Barbieri poi afferma, portando una serie di motivazioni, che “l’Italia ha bisogno di Renzi” e che “anche l’Europa ha bisogno di Renzi” prima di sostenere che “paradossalmente e’ per questo che Renzi dovrebbe annunciare l’intenzione di dimettersi indipendentemente dal risultato del referendum”, un modo per “cristallizzare negli elettori il fatto che la scelta e’ tra riforme e stasi”. Barbieri conclude che “molti osservatori stranieri guardano con trepidazione” al referendum ipotizzando, in caso di vittoria del no, “la fine del riformismo in Italia”. “Ma non necessariamente e’ cosi’. Rendendo chiaro che intende dimettersi comunque vada, Renzi puo’ indebolire chi lo critica e alla fine rafforzare la sua posizione. In America un prsidente puo’ ‘resistere ancora un po” solo conquistando un secondo mandato. In Italia un primo ministro riformista per resistere deve, temporaneamente, lasciare”.

Tornare ai collegi uninominali, con o senza ballottaggi, ma per far questo occorre prima che il referendum bocci la riforma costituzionale. Lo ha detto Massimo D’Alema in una intervista a Radio Popolare. “L’Italicum – ha detto D’Alema – che ci fu presentata come la piu’ bella riforma del mondo e che fu imposta con voto di fiducia, un atto di violenza sul Parlamento, adesso e’ una legge figlia di nessuno, messa sul mercato per cercare voti per il referendum”. “Quello che non approvo – ha proseguito – e’ la torsione di cose cosi’ importanti per la democrazia a manovra tattica. La politica non dovrebbe ridursi a furbizie, bugie, mezze bugie, soprattutto quando si tratta di grandi questioni che toccano la qualita’ della democrazia”. Alla domanda se dovrebbe essere tolto il ballottaggio dall’Italicum, l’ex premier ha replicato: “Io sono favorevole al collegio uninominale, dopo di che ci puo’ anche essere il ballottaggio. Ma la legge che introduce le coalizioni e il premio alle coalizioni ce l’abbiamo gia’: e’ la legge Calderoli. Passare dall’Italicum all’Italicum con coalizioni e’ un peggioramento. Gia’ l’Italicum e’ una brutta legge, incostituzionale. Ma lasciarla a Renzi e ai suoi interlocutori, Verdini, Alfano e compagnia, potrebbe anche diventare peggiore. C’e’ una sola garanzia, la vittoria del No, perche’ sgombra il campo dalle manovre e costringe le forze politiche a ragionare”. “Non e’ l’Italicum con o senza ballottaggio – ha concluso – E’ uscire dall’Italicum e tornare al collegio che e’ importante”.

Renzi scalda i motori in vista del decisivo appuntamento referendario e se la prende con ‘quei leader del passato (come D’Alema) che “vogliono fregarci il futuro” e con i leghisti ‘non siete degni di indossare le maglie della Polizia: levatevele’. Chiude cosi Matteo Renzi a Catania la Festa nazionale dell’Unità e mette ancora una volta in campo il proprio impegno sul referendum. Il premier manda, però anche un avvertimento a tutti i Dem. “Il Pd – scandisce – non è un insieme di correnti che dalla mattina alla sera sui giornali sparano alzo zero contro gli altri e seminando il panico tra i nostri militanti. Non ci faremo trascinare nella guerra del fango al nostro interno da chi pensa che sia opportuno litigare tra di noi, dimenticando che fuori di qui non ci sono le magnifiche sorti progressive, ma destra e populismi. E se non ce ne rendiamo conto tradiamo il nostro passato e il nostro futuro”.

Massimo D’Alema é tornato in pista e ormai non perde occasione per stigmatizzare i diktat e gli argomenti del premier Matteo Renzi. “Se dovessimo prendere per buone le dichiarazioni di Renzi sulle conseguenze del referendum in caso di vittoria del No, dico solo che si farebbe un altro governo. C’è in Italia un numero cospicuo di personalità in grado di guidare l’esecutivo. Nessun diluvio senza Renzi”. Lo afferma Massimo D’Alema in una intervista alla Gazzetta del Mezzogiorno. Circolano i nomi di Padoan… “Non faccio ipotesi. La decisione tocca al presidente della Repubblica. E’ evidente che noi saremmo obbligati a fare un governo. Uno, per approvare riforme serie. Due, per non andare alle elezioni con leggi elettorali diverse”. Che succede nel Pd se Renzi perde il referendum? “Renzi ha detto che non lascia la segreteria. Ma lui ha sostenuto che solo il leader del partito può essere capo del governo”, “allora, quando dice la verità Renzi? Quando dice di volersi dimettere da premier in caso di sconfitta o quando dice che resta alla guida del partito e di conseguenza anche del governo, per via della disposizione statutaria? Comunque, io non chiedo le dimissioni di Renzi. Chiedo solo una buona riforma al posto di una cattiva riforma. La caduta di una cattiva riforma costituzionale renderebbe automatico il varo di una nuova legge elettorale”. E conclude: “Se Renzi perde si farà un congresso vero, una discussione politica seria nel Pd”.

“Viviamo certamente una stagione in cui la minaccia terroristica e’ permanente, alla quale servono risposte in termini di intelligence, sicurezza e anche militari, ma certamente questo fenomeno e’ anche figlio del fallimento delle politiche di integrazione”. Così il presidente della Fondazione Italianieuropei, Massimo D’Alema, oggi a Pisa a margine di un convegno promosso dalla rivista omonima su “Migrazione e minaccia terroristica, l’Europa della paura”. “Penso a situazioni come Belgio e Francia dove non si e’ riusciti a evitare la radicalizzazione di immigrati di seconda o terza generazione. E’ dunque indispensabile lavorare anche su questo terreno, come su quello del dialogo interreligioso, per garantire sicurezza ai cittadini delle nostre citta’. Alimentare, in modo populistico la paura, anche contro l’Europa, e’ uno sbaglio e non la soluzione del problema”. Infine, secondo D’Alema, anche la Brexit “e’ figlia di questo clima: ma non mi pare che si possa dire che il fenomeno migratorio li’ sia colpa dell’Unione europea, piuttosto dipende dall’impero britannico, e’ da allora che pakistani e indiani popolano il Regno unito”.

E’ tutto falso: Massimo D’Alema non voterà per Virginia Raggi al ballottaggio di domenica  a Roma. E’ il suo portavoce a smentire le voci.  “L’articolo pubblicato da ‘Repubblica’ e’ falso. I numerosi virgolettati riportati, a cominciare dal titolo, corrispondono a frasi mai pronunciate. D’altra parte, l’autore non precisa ne’ dove, ne’ quando, ne’ con chi sarebbero state dette. Le riunioni di cui si parla non si sono mai svolte. La ricostruzione e’ frutto della fantasia del cronista e della volonta’ dei suoi mandanti. D’Alema, che e’ quasi sempre all’estero, non ha avuto modo di occuparsi della campagna elettorale di Roma”. E’ questo quanto si legge in un comunicato della portavoce di Massimo D’Alema, Daniela Reggiani. Il retroscena, con un richiamo in prima pagina, e’ intitolato “La sfida di D’Alema: ‘Pur di cacciare Renzi sono pronto a votare anche Raggi'”. E il sommario virgoletta: “Direi di si’ anche a Lucifero per mandarlo via. Dopo di lui possibile ricostruire il campo della sinistra”. Nell’articolo si parla di diversi incontri, nonche’ di contatti in Puglia, in particolare con Emiliano, e a Roma, dove Bray e l’ex sindaco Marino sarebbero tra i “piu’ assidui interlocutori” di D’Alema.